Io speriamo che me la sono cavata

Si è svolta il 30 dicembre scorso, a Palermo, la presentazione del libro “Frammenti della Gianguzzi”, edito da “Amici di Plumelia”, che raccoglie appunti della Prof. Anna Gianguzzi e testimonianze dirette di giovani ragazze e ragazzi da lei formate, nonché riflessioni di chi ha vissuto al fianco della brillante insegnante, scomparsa nel 2023, di cui sono stato io stesso alunno per 3 anni (e amico sincero negli anni successivi).

Onorato di essere stato fra i relatori dell'evento, ringrazio Renato Adragna per avermi trasmesso la trascrizione del mio intervento, che condivido con piacere a seguire.

Ho avuto anche il privilegio di scrivere la postfazione del libro. E anche la copertina è tratta da un mio dipinto, un trittico che ritrae proprio Anna Gianguzzi.

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Sono particolarmente emozionato in questo momento. 
Servirebbe, adesso, un mantra, qualcosa che possa aiutarmi…
 
“La filosofia è quella cosa con la quale e senza la quale tutto rimane tale e quale, la filosofia è quella cosa con la quale e senza la quale tutto rimane tale e quale, la filosofia è quella cosa con la quale e senza la quale tutto rimane tale e quale…”.
 
Quest’opera [richiama il dipinto in copertina] è un trittico, e si trova adesso in un importante museo, che è il museo Adragna/Gianguzzi [:D], a Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna. Se vi capita, andateci, perché è bellissimo. Si entra e c’è subito una stampa sessantottina che trasmette pericolosi messaggi sovversivi di sinistra. Poi in basso c’è un documento di un antenato che risale niente meno che allo sbarco dei Mille; e poi c’è una tempesta di libri, stampe, fotografie, cimeli di famiglia che ricostruiscono la memoria storica delle due famiglie. E niente è lasciato al caso. Scaffali pieni di libri e di dischi - e i libri non sono messi per altezza o in ordine alfabetico, ma sono disposti in un modo tutto particolare, catalogati per generi, per argomenti, per tematiche, che manco alla Feltrinelli li trovi così…
 
Poi c’è lo studio di Renato - stessa cosa - e poi c’è la camera da letto, che fino a poco tempo fa era spoglia. 
 
Ed è un fatto curioso, questo, perché per quale ragione Anna avrebbe dovuto lasciare la camera da letto spoglia? Per quale ragione sopra la testata del letto matrimoniale di Anna e Renato avremmo dovuto trovare una parete vuota? 
 
Io ho una mia teoria. La mia teoria è che, mentre il resto della casa del museo Adragna Gianguzzi doveva servire a ricostruire il passato delle due famiglie, la camera da letto (lo spazio intimo di Anna e Renato) sarebbe stato il futuro. E la porta della camera da letto sarebbe stata la soglia preposta a dividere il passato dal futuro. Il futuro di due innamorati che trascorrono il terzo tempo della loro vita in una nuova città, in una nuova regione. Chissà, magari avrebbe messo una gigantografia dei nipoti? Qualcosa che comunque non si era ancora verificato? Sicuramente quella sarebbe stata la stanza del futuro. Ecco perché era vuota. 
 
Un futuro tutto da scrivere. 
 
Un futuro che non c’è stato. Perché quando Anna è mancata quella parete vuota è diventata la metafora della sua assenza. 
 
Qualche mese fa ero al cinema Modernissimo, che è un cinema bellissimo, si trova proprio sotto Piazza Maggiore. E’ stato recentemente restaurato e ci vado spesso per ragioni di lavoro, perché molte volte presentiamo le pellicole che sosteniamo. C’era Pupi Avati a presentare l’ultimo suo film - molto bello - “L’orto americano”. E Pupi Avati disse una frase che andrebbe tatuata sul braccio:
 
“Non c’è niente di più presente nella nostra mente di ciò che è assente".
 
O di CHI è assente.
 
Perciò quando Renato mi chiese di riempire la parete vuota con un quadro (“Qua ci vorrebbe un bel dipinto di Minutella, magari un ritratto di Anna…"), io capì subito la richiesta. 
 
Renato non voleva un ritratto di Anna. C’erano centinaia di foto di là…
Renato voleva Anna! 
Renato voleva che Anna tornasse ad essere fisicamente presente in quello spazio. Che Anna tornasse ad avere un corpo. Jacques Lacan avrebbe detto “la dignità della cosa”. Jacques Lacan, grande strizzacervelli del 900… In buona compagnia, direi…Perché le cose più belle sull’arte le hanno dette gli psicanalisti - Sachs, Klein, Freud, Jung…
 
L’arte come elaborazione del lutto, l’arte come gestione dell’angoscia, l’arte come proiezione nell’oggetto delle fantasie, dei desideri, degli impulsi che noi non possiamo più soddisfare nel mondo reale. Allora il creativo cosa fa, visto che non può realizzare la fantasia nella realtà? Se la crea, se la inventa. Crea l’oggetto del desiderio, della fantasia. E noi avevamo una fantasia. Quella di riportare Anna dentro quella stanza. E l’abbiamo fatto insieme.
E’ stato divertentissimo. Io l’ho reso partecipe della fase di composizione di questo quadro. Abbiamo scelto insieme gli elementi che sarebbero finiti nel quadro di cui adesso vi parlerò brevemente. 
 
Sono sicuro che Renato ci parli con questo dipinto. La sera prima di andare a dormire. La mattina quando si sveglia. Ora lui non lo dice perché si “scanta che Francesco gli fa fare il TSO” [Francesco Adragna, figlio di Anna e Renato], ma ne sono profondamente convinto.
 
E quindi abbiamo dato vita a questo sogno, che è anche un trauma. In tedesco, lingua bellissima, lingua, lo sappiamo, della filosofia moderna, del diritto moderno, della psicanalisi - appunto - come si dice sogno? “Traum”. Che però, curiosamente, non ha la stessa radice di “trauma”. Trauma è greco e significa rottura, lesione. Invece “Traum”, come sogno, sarebbe “Dream” in inglese, dalla radice sassone. Eppure, curiosità, si assomigliano. Perché il sogno è un “trauma”. Nel sogno rivivono i traumi. Ma in questo caso è stato un “trauma divertente". Lo possiamo dire, che è stato un trauma divertente? [rivolto a Renato, che annuisce]. Ci ha aiutati, lo abbiamo condiviso. Lo abbiamo manifestato insieme. 
 
E allora…Il vestito che ha Anna [nel quadro] è il vestito a fiori che indossava il giorno del matrimonio di Francesco. Quindi è un abito che lei indossa in un momento molto particolare della sua vita, ma è anche un abito degli ultimi giorni, prima di lasciarci. Invece, per il viso, abbiamo scelto una foto da giovane e così abbiamo spezzato il tempo. E’ una Anna senza tempo ["Non troppo scollata, però…" dice Renato].
 
Sta cosa la dobbiamo dire - che ora magari ve la racconto in una versione softcore, perché siamo in luogo… [locali della Chiesa Evangelica Canto di Sion]. Però sta cosa va raccontata perché ci siamo divertiti come i pazzi, veramente. Avevo creato un rendering - quindi, diciamo, un'idea grafica di come sarebbe venuto il dipinto, prendendo - appunto - il viso di quella fotografia e il corpo, non so, lo avevo preso probabilmente da un altro dipinto. C’era una specie di dama con un vestito che presentava un’importante scollatura. Questo niente mi fa? [Renato] Mi manda un whatsapp: “Emanuele, ho parlato con Francesco. E’ preoccupato. E’ preoccupato per questa scollatura”. Renato [rispondo], dì a Francesco: ora, va bene Freud, Jung, le fantasie, i desideri, gli impulsi, Eros e Thanatos, però, io dico, faccio tua madre, la Prof. Gianguzzi, “attipo” Pamela Anderson??? Ora, va bene tutto, ma c'è un limite…[ridono in sala].
 
Poi c’è la pantera, che è l’animale totem di Anna. Quella non è Anna. Quella è la Gianguzzi! Quella che noi abbiamo conosciuto a scuola. E’ il “super io” di Anna, sempre per restare in tema psicanalitico, cioè è la figura mitologica che Anna ha costruito negli anni per difendersi, che, infatti, sta lì a farle da guardia con quella posizione particolare, con quello sguardo feroce. Mentre invece la vera Anna si riposa, sapendo che la pantera sta al suo fianco, a fare la guardia,e lei può tranquillamente avere uno sguardo sereno, perso nel vuoto. 
 
E poi le nuvole. C’è Fabrizio de André in questo dipinto. Ho chiesto a mia moglie di tracciare le parole di questa canzone, una canzone particolarissima, se non altro perché non c’è Fabrizio de André, non la canta lui. Non è neanche una canzone. E’ una poesia, dove lui si affida alla voce di due donne per parlarci di queste nuvole. Ho chiesto a mia moglie di fare in modo che queste parole fluttuassero nell’aria come delle nuvole che “Vanno, vengono, ogni tanto si fermano, ogni tanto si fermano" e “sono nere come il corvo”, ci minacciano; ma siccome con il dipinto possiamo stravolgere la realtà, possiamo vincere questa battaglia, prenderci questa rivincita, stavolta non si fermano, non sono nere come il corvo, non ci minacciano: ci permettono di vedere il cielo sopra di noi. 
 
Vanno, vengono… 
Qualche volta hanno la forma della pecora, dell’airone…
 
Ma questo lo sanno bene i bambini che si divertono a giocare e a corrergli dietro.
 
Grazie.

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